INCENERITORI
I MOTIVI DEL NO
INTRODUZIONE
Volendo esprimere in modo
sintetico l’argomento della trattazione, si può affermare che esso è lo
smaltimento dei rifiuti; mi sembra quindi logico partire dall’approfondimento
del significato di questo termine: i rifiuti sono, nel loro insieme,
tutto quanto risulta di scarto o avanzo alle più svariate attività umane.
Stando a quanto si legge su
Wikipedia, la Comunità europea, con la Direttiva n.2008/98/Ce del 19 novembre
2008 (Gazzetta Ufficiale Europea L312 del 22 novembre 2008) li definisce sottoprodotti,
e, in particolare, qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si
disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi.[1]
La definizione normativa in Italia è data dal primo
comma dell'art. 183 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 (cosiddetto
Testo Unico Ambientale): “Qualsiasi
sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell'allegato A alla
parte quarta del presente decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso
o abbia l'obbligo di disfarsi; indipendentemente dal fatto che il bene possa
potenzialmente essere oggetto di riutilizzo (diretto o previo intervento
manipolativo)”. Le
categorie indicate dall'Allegato A (Residui di produzione o di processi
industriali o di procedimenti antinquinamento; Prodotti fuori norma ovvero
scaduti ovvero di cui il detentore non si serve più; Sostanze accidentalmente
cadute o riversate ovvero contaminate o insudiciate; Qualunque sostanza,
materia o prodotto che non rientri nelle categorie sopra elencate), peraltro,
sono di un'ampiezza (in considerazione soprattutto dell'ultima categoria,
residuale e sostanzialmente onnicomprensiva) tale che la nozione deve
ricavarsi, in definitiva, dal fatto che il detentore se ne disfi (ovvero
intenda o debba farlo). Dove l'atto di "disfarsi" di un oggetto, è da
intendersi (secondo la Circolare del Ministero dell'Ambiente 28.06.1999) come
l'avvio dell'oggetto medesimo a recupero o smaltimento. I rifiuti vengono
classificati, in base all'origine, in rifiuti urbani e rifiuti
speciali ovvero, in base alle loro caratteristiche di pericolosità, in rifiuti
pericolosi e rifiuti non pericolosi.
Per la definizione di rifiuti,
rifiuti urbani e rifiuti speciali vedi all. n.1:
Per l’appartenenza ai rifiuti
pericolosi o non pericolosi, vedi all. n.2:
Uno dei principali motivi i quali
fanno sostenere la costruzione di nuovi inceneritori consiste nel fatto che
dovrebbero servire ad eliminare fisicamente (se non vogliamo correre il rischio
di esserne letteralmente sommersi) una grossa percentuale di rifiuti che
nessuno sa più dove mettere anche perchè le discariche esistenti stanno
progressivamente esaurendo la loro capacità di accoglimento e l’apertura di
nuove discariche (da attivare quanto più vicino possibile ad infrastrutture
stradali ed agli insediamenti urbani da cui dovrebbero provenire i rifiuti al
fine di minimizzare i rilevanti costi di trasporto) è ovviamente osteggiata per vari motivi
(inquinamento da percolato, miasmi etc.) dalle
popolazioni limitrofe.
Montanari (Nanodiagnostics,
Modena) e Gatti (Università di Modena e Reggio Emilia, laboratorio di
biomateriali) affermano però: “Ciò che esce dal processo di incenerimento è una
massa di materiale almeno doppia rispetto a quella che ci si era proposti di
smaltire” (vedi all. n.3, pag.3).
Al termine di questa breve
introduzione ad un lavoro che non ha e non vuole nemmeno avere la minima
pretesa di essere esaustivo ritengo utili alcune annotazioni: contrariamente al
modo di fare riscontrato in molti contesti simili, le indicazioni
bibliografiche non si limitano alla citazione della fonte ma ne permettono
(quando cercate tramite internet) l’immediata visualizzazione in modo tale da
non avere nessuna perdita di tempo nella loro eventuale ricerca e lettura; chi
invece preferisse il tradizionale supporto cartaceo, potrà avere il contenuto
delle opere citate in bibliografia dietro espressa richiesta. Credo infine,
soprattutto per chi è un novizio della materia, che sia gradito l‘aver inserito
un glossario contenente il significato dei termini e dei simboli usati nella
trattazione o comunque facilmente rintracciabili in contesti simili.
ASPETTO LEGISLATIVO –
AMBITO GENERICO
Questo ambito è quello entro cui
si muove genericamente la normativa italiana ed europea in merito alla tutela
della nostra salute.
Innanzitutto la sintesi della Direttiva
2008/98/CE del 19 novembre 2008 emessa dal Parlamento europeo e dal Consiglio
prevede che gli Stati “devono garantire che la gestione dei rifiuti non metta a rischio
la salute umana e non comprometta l'ambiente” (vedi
all. n.4, pag.1)
La sintesi della Comunicazione
COM (2005) 666 del 21 dicembre 2005 emessa dalla Commissione stabilisce che ““Restano validi gli
obiettivi della normativa comunitaria già fissati prima dell'adozione della
presente strategia: limitazione dei rifiuti, promozione del loro riutilizzo,
del loro riciclaggio e del loro recupero” (vedi
all. n.5, pag.1).
Tale
strategia (comunemente chiamata delle 3 R - riduzione, riutilizzo e riciclaggio
-) è confermata anche nella sintesi della Direttiva 2006/12/CE del 5 aprile
2006 emessa dal Parlamento europeo e dal Consiglio, secondo cui “Gli Stati membri
devono promuovere la prevenzione (ovverosia la riduzione della quantità
prodotta, n.d.r.), il riciclaggio e la trasformazione a fini di riutilizzo dei
rifiuti” (vedi all. n.6, pag.1)
Alla luce dei criteri ora
illustrati, dovrebbe essere abbastanza facilmente comprensibile il significato
e la portata della sentenza del 26 aprile 2007, con cui la Corte dell’Unione
europea condanna l’Italia al pagamento di determinate spese perché non ha ”adottato tutti i
provvedimenti necessari per assicurare che i rifiuti siano recuperati o
smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o
metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e per vietare
l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato dei rifiuti (art. 4
direttiva 75/442) …… e affinché tutti gli stabilimenti o le imprese che
effettuano operazioni di smaltimento siano soggetti ad autorizzazione
dell’autorità competente (art 9 direttiva 75/442)…..” (vedi all. n. 7, pag.1, 2 e 8)
Tradotto in altre parole ciò
significa non solo che ci sono stati dei danni per la salute e per l’ambiente
ma anche che alcuni stabilimenti o imprese di smaltimento rifiuti hanno potuto
operare senza autorizzazioni; in più le inadempienze dello Stato italiano hanno
fatto pagare a noi cittadini le spese relative alla causa persa!
Terminiamo l’esame dell’aspetto
legislativo europeo esaminando un principio di importanza fondamentale, il
cosiddetto “principio di precauzione” con il quale, secondo Wikipedia, si
intende ” una politica di condotta cautelativa per quanto riguarda le decisioni
politiche ed economiche sulla gestione delle questioni scientificamente
controverse” (vedi all. n.8, pag. 1) e definito come “una strategia di gestione
del rischio nei casi in cui si evidenzino indicazioni di effetti negativi
sull'ambiente o sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante,
ma i dati disponibili non consentano una valutazione completa del rischio”
(vedi all. n. 8, pag. 2); ammesso e non concesso che i dati disponibili in
merito alle conseguenze degli inceneritori non consentissero una valutazione
completa del rischio (esistono infatti anche degli studi in base ai quali tali
impianti risulterebbero non essere causa di conseguenze nocive) rimane pur
tuttavia l’esistenza di molti studi dai quali risultano effetti negativi sulla
salute umana e che, come tali, giustificano l’adozione del principio di
precauzione. Tale principio è stato ratificato anche dalla U.E. nella Comunicazione della Commissione COM(2000)
1 Final (2 febbraio 2000), in cui si legge: “Il fatto di invocare o no il principio di precauzione è una
decisione esercitata in condizioni in cui le informazioni scientifiche sono
insufficienti, non conclusive o incerte e vi sono indicazioni che i possibili
effetti sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle
piante possono essere potenzialmente pericolosi” (vedi all. n.9, pag.3)
La stessa comunicazione COM(2000)
1 (vedi punto 6.3.5 settimo e primo capoverso) recita: “Le misure devono essere riesaminate periodicamente per tenere conto dei
nuovi dati scientifici disponibili e debbono essere mantenute finché i dati
scientifici rimangono insufficienti, imprecisi o non concludenti”. Ciò significa
che le misure precauzionali dovrebbero essere mantenute sino a quando le
informazioni scientifiche non considerino totalmente escluso qualsiasi pericolo
per la salute e questa, come vedremo nella esposizione successiva, è
esattamente la situazione in cui ci troviamo perché almeno una parte della
scienza considera pericolosi gli inceneritori.
Auguriamoci comunque che chi
difende la presunta innocuità degli inceneritori lo faccia con un po’ più di
consapevolezza e responsabilità del prof. Veronesi; le sue affermazioni,
provenendo da quella che potrebbe essere definita una fonte particolarmente
attendibile da parte dell’opinione pubblica, sono infatti degne di essere
approfondite: nel corso della trasmissione televisiva di Fabio Fazio “Che tempo
che fa”, il conduttore chiede a Veronesi “Quanto c’è rischio di tumore portato
dai termovalorizzatori?” e il professore risponde “Zero”. Fazio rimane
probabilmente interdetto dalla risposta e domanda “Zero?” ottenendo come
risposta “Zero. Tutte le inchieste che abbiamo fatto, libri, libri, non hanno
portato a nessuna evidenza di aumento di tumori nelle popolazioni circostanti”.
L’intervista continua così: “Lei sarebbe quindi favorevole (agli
inceneritori)?” “Ma non c’è scelta! I rifiuti o li buttiamo sotto terra o li
bruciamo”. Tali parole potrebbero essere come minimo definite azzardate ma
l’aspetto peggiore viene dopo, ovverosia nel corso di una successiva intervista
(2 febbraio 2009) in cui viene chiesto a Veronesi: “E’ vero che gli
inceneritori non fanno male alla salute?”; risposta: “Che non faccia male alla
salute non c’è niente; vivere, respirare, mangiare; qualsiasi cosa mangia fa
male”. Domanda: “Ma è un caso che vicino agli inceneritori sono aumentati i casi di cancro?”; risposta:
“Non sono aumentati!”. Domanda: “Come mai lei dice che non sono aumentati
mentre illustri scienziati dicono esattamente il contrario?”; risposta: “I
nostri studi dimostrano l’opposto”. Domanda: “Lei accetterebbe un confronto, da
Fazio, magari con qualche scienziato?”; risposta: “Ma io non sono un esperto di
inceneritori! Io mi occupo di scienza, mi occupo di salute”. Domanda: “E allora
come mai ha dichiarato in televisione …. È un po’ superficiale”; risposta: “I
miei esperti mi hanno giurato che non c’è un effetto importante sulla salute
(ma allora perché da Fazio ha parlato di rischio “zero”? n.d.r.)”. Domanda:
“Lei dovrebbe cercare di riuscire a farmi capire una cosa: lei dice questo,
invece scienziati, luminari, americani, non americani, come mai ci sono queste
contraddizioni? Scusi, io dove è che devo andare a cercare la verità?”;
risposta: “Non lo chieda a me. Io non mi occupo di questa materia”. Domanda: “Sì,
però nella sua fondazione ci sono dei finanziatori che fanno capo ad un mondo
diverso da quello della sanità. O sbaglio?”; risposta: “Non riesco a seguirla,
scusi”. Domanda: “C’è un contatto tra la sua fondazione e gli inceneritori?”;
risposta: “ Questa è una palla che non c’entra niente! Questa è
un’invenzione!”. Domanda: “Lei ha detto che non se ne intende, ma perché è
andato da Fazio a parlarne se non se ne intende?”; risposta: “Mi intendo non di
inceneritori ma dell’effetto sulla salute”. Domanda: “Ma perché da Fazio ne ha
parlato?”; risposta: “Ha chiesto se fanno male; ho detto “no, non ha effetto
importante!”. Intervistatore: “Lei è una figura così autorevole che poi la
gente ci crede”; Veronesi: “Certo, ci deve credere, ne sono convinto”. Domanda:
“Quindi lei se ne intende? Lo farebbe un confronto con un altro scienziato?”;
risposta: “Ma no, non vado a fare confronti”.
Io credo che tutto questo non
abbia bisogno di commenti ma, se qualcuno ne rilevasse la necessità, non sono
come il prof. Veronesi: sono disponibile per qualsiasi confronto.
Faccio solo notare che ENEL
figura tra i partner di Future of science (vedi all. n.11) la quale, a sua
volta, è partner della fondazione Veronesi e che, tra le attività di ENEL,
figura la combustione di biomasse (vedi all. n.12); tale combustione ha però
gravi effetti inquinanti (vedi all. n. 13, pag. 2 e 3).
http://www.fondazioneveronesi.it/pagina.php?id=93&nome=Partner
The Future of Science
Sempre a proposito della
consapevolezza e della responsabilità di chi difende gli inceneritori, si presta
a delle interessanti considerazioni quanto scritto nel sito Moniter (sito sul
monitoraggio degli inceneritori nel territorio dell’Emilia Romagna a cura
dell’ARPA dell’Emilia Romagna): “In uno studio geografico condotto in provincia di Venezia (Tessari)
non è stato rilevato un trend dell´incidenza di sarcoma dei tessuti molli in
relazione alla esposizione a diossine stimata tramite modello, anche se nelle
femmine è stato rilevato un eccesso di rischio significativo nel gruppo
maggiormente esposto.” Tale affermazione,
infatti, è un controsenso in termini perché è assurdo scrivere che “non è stato rilevato un
trend dell´incidenza di sarcoma dei tessuti molli in relazione alla esposizione
a diossine” per poi aggiungere immediatamente
dopo che “nelle
femmine è stato rilevato un eccesso di rischio significativo”. (vedi all. n. 16, pag.1)
Chiudiamo l’esame di questo
aspetto con 2 annotazioni concernenti l’Italia: in data 8 aprile 2008 il
decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato al punto 17
(vedi all. n. 10, pag.1 e 5) che “gli impianti civili per produzione di
energia” (ovverosia la stragrande maggioranza degli inceneritori, n.d.r.) sono
“suscettibili di essere oggetto di segreto di stato”. Visto e considerato che
il segreto di stato è servito per coprire le peggiori nefandezze degli ultimi
decenni, auguriamoci (ma forse con poca speranza) che non abbia gli stessi
scopi anche in questa sede.
La seconda annotazione riguarda
il fatto che gli inceneritori, nel Decreto ministeriale 5 settembre 1994 parte
prima punto c n. 14, vengono inseriti tra le industrie insalubri (vedi all.
n.14, pag.7) ovverosia nocive alla salute (vedi all. n. 15)
Terminato così l’esame del primo dei due ambiti in cui
abbiamo suddiviso l’aspetto legislativo, passiamo alla disamina del secondo,
ovverosia quello relativo agli aspetti specifici dei limiti quantitativi.
ASPETTO LEGISLATIVO –
AMBITO SPECIFICO
Questo ambito riguarda aspetti
specifici concernenti i limiti quantitativi sia all’emissione che alla
assunzione di determinate sostanze prodotte dagli inceneritori poiché alcune
diossine (come la PCDD) sono state inserite dalla IARC (International agency
for researc on cancer) tra le sostanze cancerogene certe per l’uomo e le altre,
pur non essendo forse cancerogene, sono sicuramente tossiche (vedi all. n. 15
bis, pagg. 4 e 10).
Per quello che riguarda i valori limite di emissione medi
(standard UE x m3) ottenuti con periodo di campionamento di 8 ore, la legge
italiana stabilisce i seguenti valori massimi:
diossine e furani (PCDD + PCDF): 0,1 ng/metro cubo (ng =
nano grammo = 1 miliardesimo di grammo)
idrocarburi policiclici aromatici (IPA): = 0,01 mg/metro
cubo = ng 10.000 (vedi all. n. 15/A, pag, 20)
Per quello che concerne invece i
valori limite di assunzione, WHO (World health organization) – OMS
(Organizzazione mondiale della sanità), ha stabilito nel 1999 una dose massima
tollerabile giornaliera (TDI) di diossine (tra PCDD, PCDF e PCB) compresa tra un
minimo di 1 ed un massimo di 4 pg/Kg di
peso (vedi all. 15/B, pag. 4)
E’ opportuno notare che molti
studiosi ritengono la TDI non come una dose sicura (a rischio zero), tanto è
vero che l’art. 5 del sommario della comunicazione della Commissione europea
sul principio di precauzione parla di rischio “accettabile” e l’art. 2
dell’indice di tale comunicazione afferma che
“È
necessario inoltre dissipare una confusione esistente tra l'utilizzazione del
principio di precauzione e la ricerca di un livello zero di rischio che, nella
realtà, esiste solo raramente.” (vedi all. n. 9, pagg. 1 e 3)
I limiti determinati dalle
autorità competenti alla presenza di determinate sostanze “sono stati sottoposti a osservazioni
critiche, le principali evidenziano che la definizione stessa di un limite non
equivale a un "rischio zero" riferito in particolare agli
effetti cancerogeni di tali sostanze, ovvero, in altri termini, che non ci sono
delle dosi senza effetto per sostanze che hanno la caratteristica di essere dei
"distruttori endocrini" e/o di possedere un potere cancerogeno,
mutageno e/o teratogeno”.
Caldiroli (Medicina democratica e Centro per la salute
“Giulio A. Maccaro) in “Impatto ambientale dei processi di incenerimento dei
rifiuti (vedi all. 15/C, pag. 4).
Notiamo ora che i veleni emessi
nei fumo degli inceneritori ci colpiscono sia direttamente (per inalazione e
per deposito sugli alimenti di cui ci cibiamo, come frutta e verdura) sia
indirettamente (nel senso che si depositano sugli alimenti di cui si cibano gli
animali, i quali vengono così contaminati e ci contaminano nel momento in cui
ci cibiamo di tali animali inquinati); è pure importante sottolineare che la
diossine sono dei composti notevolmente stabili: secondo Federico V.
(responsabile IST – Istituto nazionale per la ricerca sul cancro – Genova) “nei tessuti umani le diossine hanno un’ emivita
di ben sette
anni. Questo significa che anche interrompendo del tutto l’assunzione di cibi
contaminati, occorrono sette anni perché la concentrazione
di diossine accumulata nei grassi si riduca della metà”. (vedi all. n. 15/C/1, pag. 1; nb il documento
intero non si riesce a stampare).
Proviamo adesso a dare un’idea
concreta ai numeri teorici sopra riportati prendendo in esame la situazione
dell’inceneritore di Brescia che produce quotidianamente circa 5.000.000 m3 di
fumi (vedi all. n. 15/D, pag, 22);
questo significa che, pur
restando entro il limite previsto dalla legge di 0,1 ng/m3, questo solo
impianto potrebbe produrre in un giorno ng 500.000 di diossine. Ricordando che
la dose massima giornaliera tollerabile è di 4 pc/kg e supponendo un peso medio
di 60 kg a persona, ciò significa che la TDI è di 240 pg, che equivale a 0,240
ng; se andiamo quindi a dividere la quantità giornaliera di diossine prodotte
dall’inceneritore di Brescia (ng 500.000) per la dose massima giornaliera
tollerabile (0,240 ng), otteniamo il numero di persone che potrebbe essere
quotidianamente sottoposto all’assunzione della dose massima di diossine:
2.083.000 persone!
E’ importante notare pure il
fatto che una tale situazione potrebbe sfuggire a qualsiasi controllo: per
quanto riguarda l’inceneritore di Brescia la soglia di misurabilità è di 0,04
ng/m3 di fumi; se la concentrazione fosse di poco inferiore a tale soglia e
dunque non rilevata dagli strumenti, la produzione di diossina sarebbe di
200.000 ng/giorno, ovverosia la TDI per 833.333 persone, ma non verrebbe
minimamente rilevata!
Facciamo ora un piccolo
cambiamento di prospettiva: supponiamo che in Italia ci siano 60.000.000
milioni di abitanti i quali pesino mediamente Kg 60 l’uno; ne deriva che il peso complessivo
degli italiani è di Kg 3.600.000.000. Dato che la dose massima tollerabile
giornaliera è 4 pc/Kg, ciò significa che la dose massima giornaliera per tutti
gli italiani ammonta a pc 14.400.000.000. Se moltiplichiamo questo valore per
365 (che sono i giorni dell’anno) otteniamo la dose massima annuale per tutti
gli italiani: 5.256.000.000.000 pc. Nel
2005 gli inceneritori hanno emesso complessivamente circa gr 40 di diossine,
corrispondenti a pc 40.000.000.000.000. Ne risulta quindi che ognuno di noi ha
avuto in regalo una dose di diossine superiore di circa 8 volte a quella
massima tollerabile (per la quantità vedi all. n. 15/E – non stampato – a pag.
391 e per l’unità di misura vedi all 15/F – non stampato – a pag. 459).
N.B.: i valori di cui sopra sono
riferiti ai soli inceneritori; se si pensa che le emissioni totali di diossine
nel 2005 sono state di gr 300, ne deriva che ognuno di noi ha avuto in regalo
una dose di diossine circa 80 volte superiore alla TDI (vedi ancora all. 15/E
pag. 391).
E’ ora indispensabile
sottolineare il fatto che gli inceneritori, oltre ad emettere diossine
attraverso i loro fumi, producono delle ceneri che contengono tali veleni. Per ogni tonnellata di rifiuto incenerita
vengono prodotti dai 200 ai 300 Kg. di ceneri pesanti (rifiuti speciali non
pericolosi) e dai 30 ai 60 Kg. di ceneri leggere (rifiuti speciali pericolosi)
(vedi all. n. 15/G, pag. 2).
Nel 2008 il termovalorizzatore di
Brescia ha bruciato 800.000 tonnellate di rifiuti, producendo una media di
200.000 tonnellate di ceneri pesanti e 36.000 tonnellate di ceneri leggere
(vedi all. n. 15/H, pag. 1).
Stando ai dati del DETR,
dipartimento inglese per l’ambiente, la quantità di diossina nelle scorie è
compresa tra 12 e 72 nanogrammi per Kg (vedi all. n. 15/D, pag. 22);
arrotondando (per eccesso) ad una media di 50 ng, ciò significa 50.000 ng per
tonnellata; dato che il termovalorizzatore di Brescia ha prodotto (per difetto)
nel 2008 200.000 tonnellate di ceneri, questo significa che ha prodotto ng
10.000.000.000 di diossina, ovverosia gr 10.
Alla luce di quanto prima esposto
è abbastanza agevole capire quanto sia significativa una simile quantità di
diossine; sembra invece impossibile riuscire a capire quali dovrebbero essere i
criteri che saranno adottati per l’eventuale smaltimento delle ceneri prodotte
dall’inceneritore umbro perché sembra che il PRGR non ne faccia menzione
(chiedere conferma all’ing. Proietti – Regione Umbria – assessorato all’ambiente
– 075 5042647 – 335 8337431).
Rileviamo infine il fatto che gli
inceneritori, oltre ad emettere diossine attraverso i loro fumi e produrre
delle ceneri che contengono tali veleni, emettono anche polveri di dimensioni
più o meno microscopiche (come vedremo meglio nella parte seguente, dedicata
all’aspetto medico in generale e più in particolare nella parte dedicata alle
nano polveri) ed anche queste particelle sono nocive alla salute. A tal
proposito sembra veramente essere di esempio l’inceneritore di Acerra (qualcuno
ricorda, per caso, che è stato sbandierato come il meglio delle attuali
tecnologie?). Stando a quanto si legge nei documenti dell’ARPAC, il valore
giornaliero di 50 mcg/metro cubo del PM10 non può essere superato più di 35
volte nel corso dell’anno civile (vedi all. n. 15/I, pag. 1).
Nella stessa tabella si legge che
il numero di “giorni di superamento del valore di 50 mcg, ad oggi (ovverosia al
23 marzo 2010) è pari a 28”; in data 30 settembre 2010 il numero di “giorni di
superamento del valore di 50 mcg è pari a 99” (vedi all. n. 15/L, pag. 1).
Ciò significa che, in 6 mesi e
qualche giorno, ci sono stati 71 giorni di superamento del valore limite,
ovverosia più del quadruplo del massimo ammesso per legge.
Avendone tempo, voglia e
possibilità (nel senso che ho trovato estremamente complicato riuscire ad
aprire le relative videate) credo che potrebbe essere molto interessante vedere
di quanto sono stati superati i limiti massimi di legge.
Leggo poi su un blog
che al 36° superamento del limite per le polveri
sottili, il sindaco è obbligato dalla
legge a prendere provvedimenti per tutelare la salute pubblica;
quali provvedimenti avrà adottato il sindaco di Acerra? (vedi all. n. 15/M,
pag. 1).
ASPETTO MEDICO
Una considerazione preliminare:
anche (ma forse sarebbe preferibile dire soprattutto) questa parte evidenzia
esclusivamente studi ed affermazioni riscontrabili e riscontrate in quanto ho
deciso che solo una strategia di tal genere possa offrire credibilità a ciò che
scrivo.
E’ doveroso poi spiegare la
differenziazione che mi sono permesso di fare tra studi di prima generazione
(da me intesi come quelli riferiti agli anni più vecchi e riguardanti
soprattutto le patologie legate alle diossine) e studi di seconda generazione
(da me intesi come quelli più recenti e riguardanti soprattutto le patologie
legate alle nanoparticelle).
A proposito degli studi di prima
generazione riportiamo quanto segue:
Bianchi F. e Minichilli F. (Sez.
di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), 2006: “Mortalità
per LNH nel periodo 1981 – 2001 in comuni italiani con inceneritori di RSU”.
L’analisi prende in
considerazione 25 comuni nel territorio dei quali erano presenti inceneritori
di RSU nel periodo 1981 – 2001 ed evidenzia un eccesso di mortalità nei maschi
(+8%) (rispetto alla mortalità prevista, n.d.r.).
E’ importante notare che, anche
in questo caso, il rischio non è limitato al territorio adiacente
l’inceneritore perché, a seconda dei casi, lo studio ha preso in esame un
territorio con un raggio di 30 o di 50 Km (vedi all. n. 17, pag.1).
Bianchi F. (Sez. di
epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), Franchini M.
(Osservatorio di epidemiologia, Agenzia regionale di sanità della Toscana,
Firenze), Linzalone N. (U.O. epidemiologia, Azienda USL di Empoli).
L’analisi afferma che
“l’incidenza si sarcoma dei tessuti molli e la mortalità per linfomi sono state
associate alla residenza vicino ad inceneritori, sulla base di eccessi di
rischio osservati nello spazio e nel tempo” (vedi all. n.18, pag.4).
Biggeri (U.O. Biostatistica, CSPO
– Centro studio prevenzione oncologica - , Istituto scientifico regione
Toscana) e Catelan (Dipartimento di statistica, Università di Firenze),
2005: “Mortalità per linfoma non Hodgkin
e sarcomi dei tessuti molli nel territorio circostante un impianto di
incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Campi Bisenzio, Toscana. 1981 – 2001.”
“Lo studio si basa sulla
mortalità comunale ISTAT per linfomi non Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli
nel periodo 1981 – 2001 relativamente a 277 comuni contenuti in un cerchio di
80 Km” (l’ampiezza del territorio esaminato mi sembra che permetta di
ipotizzare con facilità un aspetto molto rilevante dei problemi collegati agli
inceneritori, ovverosia il fatto che le loro conseguenze nocive non sono
assolutamente limitate a coloro che abitano nelle immediate vicinanze, n.d.r.).
Conclusioni: “si osserva
generalmente una FORTE tendenza all’aumento della mortalità per entrambe le
cause di morte” (vedi all. n. 19, pagg. 2 e 3).
Comba P., Belli S. e Benedetti
M.(Laboratorio di igiene ambientale, ISS), Ascoli V. (Dipartimento di medicina
sperimentale e patologica, Università degli studi La Sapienza, Roma), Gatti L.
e Ricci P. (Servizio prevenzione e
sicurezza degli ambienti di lavoro, ASL provincia di Mantova, Mantova), Tieghi
A. (Comune di Mantova, Mantova): “Rischio di sarcoma dei tessuti molli in
residenze nei pressi di un inceneritore (2003)”.
Nel lavoro si legge: “Il
principale risultato di questo studio è l’indicazione di un’accresciuta
incidenza di sarcomi nei tessuti molli nella popolazione residente in
prossimità dell’inceneritore dei rifiuti di Mantova.” (vedi all. n. 20, pag. 3)
Comba P., Fazzo L. (Dipartimento
di ambiente e connessa prevenzione primaria, ISS, Roma) e Bianchi F.: “Effetti
sulla salute associati alla residenza in prossimità di inceneritori (2007)”.
Nel documento affermano: “Le
patologie tumorali per le quali alcuni studi hanno individuato incrementi
significativi sono i sarcomi dei tessuti molli e i linfomi non Hodgkin ….. Si
sono inoltre osservati, con minore riproducibilità, incrementi dei tumori
dell’apparato respiratorio (Polmone e laringe) e del fegato. In alcuni studi
sono state segnalate patologie respiratorie non tumorali ed effetti avversi
sulla riproduzione, in particolare malformazioni e basso peso alla nascita”
(vedi all. n. 21, pag.1).
Negli atti del convegno
organizzato dall’ARPA il 29 e 30 novembre 2007 presso il centro incontri della
regione Piemonte a Torino, dedicato agli “aspetti tecnologici ed all’impatto
sulla salute degli impianti di termovalorizzazione di RSU”, (convegno in cui
viene ripreso il lavoro sopra descritto di Comba, Fazzo e Bianchi), appare
anche lo studio di Franchini M., Rial M. (Unità di epidemiologia, Istituto di
fisiologia clinica, CNR, Pisa), Buiatti E. (Osservatorio di epidemiologia,
Agenzia regionale di sanità, Firenze) e Bianchi F. (Osservatorio di
epidemiologia, Agenzia regionale di sanità, Firenze e Sez. di epidemiologia,
Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa): “Health effects of exposure to
waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies (Effetti sulla
salute della esposizione alle emissioni di inceneritori di rifiuti: rivista di
studi epidemiologici).
In tale studio si legge che “nel
complesso, vengono evidenziati con una certa riproducibilità rischi
significativi per i tumori polmonari, i sarcomi dei tessuti molli, i linfomi
non Hodgkin e le leucemie infantili” (vedi all. n.22, pag. 18)
Gentilini P. (oncoematologo,
Presidente ISDE Forlì), in una lettera aperta alla stampa afferma: “Nelle popolazioni
esposte alle emissioni di inquinanti provenienti da inceneritori sono stati
segnalati numerosi effetti avversi sulla salute sia neoplastici che non. Fra
questi ultimi si annoverano: incremento dei nati femmine e parti gemellari,
incremento di malformazioni congenite, ipofunzione tiroidea, diabete, ischemie,
problemi comportamentali, patologie polmonari croniche aspecifiche,
bronchiti, allergie, disturbi nell’infanzia. Ancor più numerose e
statisticamente significative sono le evidenze per quanto riguarda il
cancro. Segnalati aumenti di cancro a: fegato, laringe, stomaco,
colon-retto, vescica, rene, mammella. Particolarmente significativa risulta
l’associazione per: cancro al polmone, linfomi non Hodgkin, neoplasie infantili
e soprattutto sarcomi, patologia ormai considerata “sentinella”
dell’inquinamento da inceneritori. Si sottolinea che anche con i “nuovi” impianti nessuna valida garanzia
di innocuità può essere fornita perché, trattandosi di impianti
di taglia enormemente maggiore rispetto al passato, la quantità complessiva di
inquinanti immessi globalmente nell’ ambiente non è affatto trascurabile ed
inoltre, avvenendo la combustione a temperature più elevate, si ha la
formazione di ingenti quantità di particolato ultrafine, che ha
dimostrato di avere effetti gravissimi sulla salute umana e di possedere anche
azione genotossica” (vedi all. n.23, pag. 1).
Ranzi A. e Erspamer L. (ARPA
Emilia Romagna, struttura di epidemiologia ambientale), 2006: “Esperienze e
proposte per una sorveglianza ambientale e sanitaria nelle piccole aree ed in
particolare in prossimità degli inceneritori”
“Conclusioni sulla mortalità: tra
gli uomini non emergono eccessi di rilievo; tra le donne si osserva nell’area
più vicina agli impianti un aumento della mortalità per tutte le cause,
malattie cardiovascolari, diabete, tumore del colon retto e della mammella. Tra
le donne (e quindi in generale, non come sopra nell’area più vicina agli
impianti bensì in tutta l’area considerata, n.d.r.) si osserva un aumento della
mortalità per diabete e tumore dello stomaco nel terzo anello.
Conclusioni sull’incidenza: tra
gli uomini non emergono eccessi di rilievo; tra le donne si osserva nell’area
più vicina agli impianti un aumento dell’incidenza dei tumori del colon retto;
tra le donne si osserva inoltre un aumento dell’incidenza di tumore dello
stomaco e del colon retto nel terzo anello”(vedi all. n. 24, pag. 12).
Zambon P., Bovo E. e Guzzinati
S.(Registro tumori del Veneto); Ricci P. (ASL Mantova); Gattolin M., Chiosi F.
e Casula A. (Provincia di Venezia – settore politiche ambientali): “Rischio di
sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale a diossine emesse dagli
inceneritori: studio caso controllo nella provincia di Venezia”.
“Posto uguale a 1.00 il rischio
dei soggetti con il livello più basso di esposizione e durata inferiore a 32
anni, si osserva che il rischio aumenta in rapporto sia alla durata che
all’entità di esposizione; i più esposti hanno un rischio (di sarcoma)
significativamente più alto rispetto al riferimento (vedi all. n. 25, pag. 4).”
Per quanto concerne gli studi di
seconda generazione, riportiamo quanto segue:
Dominici (Dipartimento di
biostatistica, scuola Bloomberg di salute pubblica, Università Johns Hopkins,
Baltimora, USA) et al. in “Inquinamento dell’aria da particolato fine e
ricoveri ospedalieri per malattie cardiovascolari e respiratorie”; JAMA, The
Journal of the american medical association: “Conclusioni: l’esposizione a
breve termine al PM2,5 aumenta il rischio di ricovero ospedaliero per malattie
cardiovascolari e respiratorie” (vedi all. n. 26, pag. 1)
·
Lauriola (Direttore della struttura tematica di
epidemiologia ambientale di ARPA Emilia Romagna): “Le piccole dimensioni delle
UFP le rendono degne di particolare attenzione in quanto in grado di penetrare
fino nelle vie aeree profonde e di passare direttamente nel circolo sanguigno.
Il loro ruolo è stato studiato in modo approfondito in relazione agli effetti
cardio-vascolari, nei confronti dei quali è emersa con sufficiente chiarezza la
capacità di aumentare il rischio di crisi ischemiche di aritmie” (vedi all. n. 27, pag. 3)
Montanari (Nanodiagnostic,
Modena) e Gatti (Università di Modena e Reggio Emilia, laboratorio di
biomateriali): “Disponendo di una particella idealmente sferica del diametro di
10 micron, ne potrebbero essere ricavate 1.000.000 del diametro di 0,1 micron.
Poiché la legge valuta solo la massa, il risultato sarà che 1 particella da 10
micron e 1.000.000 di particelle da 0,1 micron sono perfettamente equivalenti.
Dal punto di vista scientifico si avrà, invece, da una parte l’impatto con
l’organismo di una innocua particella grossolana e, dall’altro, 1.000.000 di
impatti incomparabilmente più penetranti”. Il motivo per cui questi impatti
sono incomparabilmente più penetranti e pericolosi consiste nel fatto che più
tali particelle sono piccole e più aumenta la loro capacità di infiltrarsi nei
nostri tessuti (sia per inalazione, sia per ingestione di acque contaminate
dagli inceneritori che attraverso la catena alimentare, in cui possono giungere
direttamente – dopo essersi depositate ad esempio sulle verdure – o
indirettamente – dopo essersi depositate nei cibi degli animali di cui ci
cibiamo a nostra volta) e di procurarci danni alla salute in quanto,
trattandosi anche di polveri non biodegradabili e tossiche, una volta assorbite
permangono in modo duraturo nel nostro corpo. (vedi all. n. 3, pag. 6 e precedenti)
Sioutas C. (dipartimento di
ingegneria civile ed ambientale, Università della California del sud, Los
Angeles, USA) ed altri in : “Accertamento dell’esposizione alle UFP e
conseguenze sulle ricerche epidemiologiche”. “Una ricerca epidemiologica ha
mostrato incrementi sulle negative conseguenze sia cardiovascolari che
respiratorie in relazione alla massa di PM” (vedi all. n. 28, pag. 1)
ASPETTO COMPENSATIVO
Abbiamo visto che esiste una
autorevolissima corrente di pensiero (scientifico e non) secondo cui gli
inceneritori producono danni gravissimi alla salute ed all’ambiente; a chi non
fosse convinto della validità di queste tesi, propongo la seguente riflessione:
tra i presupposti per la costruzione di un inceneritore vi è la valutazione di
impatto ambientale (VIA), ovverosia la valutazione degli effetti che
l’inceneritore produrrà sull’ambiente; molte di tali valutazioni prevedono
degli effetti negativi, tanto è vero che - vedasi documento dell’ATO-R
(l’Associazione d’ambito torinese) all. n. 29 par. 8.3, pag. 51 – sono previste
delle compensazioni, ovverosia dei pagamenti che le società gestrici degli
impianti di incenerimento effettuano a favore delle comunità le quali rientrano
“nell’area di infuenza” (l’area di ricaduta delle emissioni inquinanti). Tali
compensazioni, nel documento citato, sono di due tipi: la prima, una tantum e
la seconda commisurata al volume dell’attività (cioè alle quantità di rifiuti
inceneriti). La prima è abbastanza facilmente valutabile in quanto è stabilita
nel 10% dell’importo dei lavori aggiudicati (si tenga presente che il costo di
un impianto è nell’ordine di alcune centinaia di milioni); la seconda è
valutabile un po’ meno facilmente perché le quantità di rifiuti inceneriti
possono variare nel tempo. Si parla comunque di cifre estremamente
significative. Rimane quindi solo da chiedersi quale sia la logica con cui si
autorizzino opere che, già in partenza, sappiamo essere foriere di effetti
negativi.
Nello stesso documento, al
paragrafo 8.3.1, si legge pure che “Nuovi
insediamenti residenziali non potranno essere previsti nelle aree di influenza
degli impianti (discarica, compostaggio, trattamento termico) durante tutte le
fasi di esercizio degli impianti”.
Chi
vuole può provare a chiedersi quali siano i motivi che hanno portato
all’inserimento di questa disposizione.
ASPETTO EMERGENZIALE
Oltre alle “stranezze” emergenti
dal punto precedente, se ne può rilevare anche un’altra, nel senso che gli
inceneritori vengono spesso proposti come l’unica risposta possibile in tempi
rapidi all’emergenza rifiuti; anche in questo caso esiste però chi pensa
esattamente il contrario: secondo Enzo Favoino (Scuola agraria Parco di Monza,
Presidente commissione ISWA Italia sul trattamento biologico dei rifiuti,
Membro ECN –European compost network), in un articolo del 1 dicembre 2010
apparso su “Eco dalla città”, “il TMB (trattamento meccanico biologico)
richiede tempi di realizzazione più brevi” rispetto a quelli necessari per la
costruzione di un inceneritore (vedi all. n. 30, pag.
ASPETTO ENERGETICO
Le “stranezze” non sono ancora
finite, nel senso che Roberto Pellegrino, nel suo articolo del 14 agosto 2010
apparso sul sito “Perugia civica” scrive: “Apprendo dal Corriere dell’Umbria
del 12 agosto, pag. 14, che per l’assessore Lorena Pesaresi “il trattamento
termico dei rifiuti non sarà mai sostitutivo della raccolta differenziata ma
complementare ed indispensabile” (vedi all. n. 31, pag. 1).
Il trattamento termico dei
rifiuti altro non è se non un termovalorizzatore, ovverosia un inceneritore il
cui scopo non è solo quello di bruciare i rifiuti ma di valorizzarli da un
punto di vista termico e ciò, a sua volta, significa che il presupposto per la
costruzione di un termovalorizzatore è la sua capacità di produrre energia;
venendo meno tale presupposto viene meno il senso della sua costruzione. In
altre parole: se e quando l’energia complessivamente prodotta è minore di
quella occorrente per produrla, vengono a mancare i motivi che potrebbero
giustificare un termovalorizzatore; e ciò (secondo Associazione dei medici per
l’ambiente ISDE di Forlì ed altri) è esattamente quello che si verifica. Vedi
il punto n. 2 delle “Osservazioni al piano provinciale di gestione dei rifiuti
della provincia di Forlì-Cesena (vedi all. n. 32, pag. 24 – 28)
Un esempio molto semplice e
concreto di questo concetto viene fornito dalle parole di Roberto Pellegrino
nell’articolo sopra specificato: “E' oramai assodato
che il riuso ed il riciclo dei rifiuti sono nettamente più
"valorizzanti" dell'incenerimento: ad esempio, il petrolio usato per
fabbricare una bottiglia di plastica per acqua minerale viene estratto
trivellando la terra, trasportato nei mari con gravi rischi di inquinamento,
distillato nelle raffinerie, trasformato chimicamente in polimero, additivato
di coloranti, antiossidanti, scivolanti ecc, estruso da uno stampo, riempito di
acqua, trasportato nei negozi. Si risparmia molta più energia riutilizzando e
riciclando una bottiglia di plastica di quanta energia non si ricavi dalla sua
combustione, con la quale si annulla in un istante tutto il lavoro e l'energia
spesa per la sua fabbricazione”.
Ci
sembra che sia importante notare anche il seguente aspetto: produrre energia
che, grazie a degli incentivi, viene venduta ad un prezzo superiore a quello
dell’energia necessaria per produrla, significa che il proprietario di un
impianto ha un vantaggio economico pure nel bruciare rifiuto a basso potere
calorico in quanto, nonostante una maggiore spesa derivante dalla maggiore
energia necessaria per bruciare rifiuti a basso potere calorico rispetto a
quelli ad alto potere calorico, il costo dell’energia prodotta è maggiore di
quello dell’energia impiegata per produrla. E’ però ovvio che un tale vantaggio
economico per il privato si traduca in un danno per le tasche dei contribuenti
(noi)
ASPETTO ECONOMICO
Dopo aver accertato che esiste
una autorevolissima corrente di pensiero secondo la quale gli inceneritori sono
fortemente nocivi per la salute e dopo aver brevemente esaminato le stranezze
sopra esposte, cerchiamo di capire quali possano essere i motivi per i quali tuttora
vengono ugualmente proposti inceneritori e/o termovalorizzatori. Il primo di
questi motivi si chiama “incentivi CIP6”. Mi rendo conto del fatto che sarò
costretto a trattare argomenti abbastanza ostici ma vi invito a leggere con la
massima attenzione perché sono convinto che la chiave per comprendere tutto quello
che precede stia proprio in quello che seguirà adesso.
Il CIP6 è una delibera del
Comitato Interministeriale Prezzi
adottata il 29 aprile 1992 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n°109 del 12
maggio 1992) a seguito della legge n. 9 del 1991, con cui sono stabiliti prezzi
incentivati per l'energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti
rinnovabili e "assimilate" (vedi all. n. 33, pag. 1).
Va adesso aperta una parentesi perché è
indispensabile sottolineare che gli italiani sono gli unici, in Europa, ad avere
prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da
fonti non rinnovabili bensì “assimilate”; lo spirito della legge europea,
tenendo conto del progressivo esaurimento di fonti quali il petrolio, era
infatti quello di incentivare la produzione di energia solo ed esclusivamente
da fonti rinnovabili ma in Italia è stata fatta una forzatura dalla legge, la
quale ha aggiunto alle “fonti rinnovabili” (con ciò intendendo sole, acqua,
vento nonché fonti biodegradabili ed
organiche, come gli scarti di potatura) anche quelle “assimilate” (con
ciò intendendo anche i RSU); tutto questo nonostante la Commissione europea, in
data in data 20 novembre 2003 in merito al recepimento della normativa
comunitaria in Italia, in riferimento all'inclusione della parte non biodegradabile dei rifiuti quale fonte di energia
rinnovabile, si sia, tuttavia, così espressa: “La frazione non biodegradabile
dei rifiuti non può essere considerata fonte di energia rinnovabile (vedi all.
n. 34)”.
Dopo qualche anno, i nostri legislatori hanno
cominciato ad avere il dubbio che tale situazione non potesse continuare
all’infinito e (come si legge nel documento “Incentivi CIP6 – energie
rinnovabili ed assimilate” emesso dalla Camera dei deputati in data 13 gennaio
2009) hanno partorito la legge 27 dicembre 2006 n. 296 che, “con la
disposizione di cui all’articolo 1, comma 1117, ha fatti salvi gli incentivi
agli impianti CIP6 alimentati da fonti assimilate in deroga a quanto
stabilito dalla stessa legge che ha escluso le fonti “assimilate”
dall’incentivazione destinata all’energia elettrica prodotta da fonti
energetiche rinnovabili.” Tradotto in parole più comprensibili, è stato
fatto rientrare dalla finestra ciò che era stato cacciato dalla porta in quanto
nella stessa legge sono state previste una norma ed i criteri per la sua deroga
(più le leggi sono complicate e più sono suscettibili di interpretazioni di
parte) (vedi all. n. 35, pag. 10)!
L’art. 9 del DL 172/2008 lettera c) salva
nuovamente gli incentivi di cui sopra “per gli impianti, senza distinzione fra
parte organica ed inorganica, ammessi ad accedere agli stessi (incentivi,
n.d.r.) per motivi connessi alla situazione di emergenza rifiuti dichiarata
(con provvedimento del Presidente del Consiglio dei ministri) prima
dell’entrata in vigore della medesima legge. L’approvazione della disposizione
consente l’ammissione agli incentivi CIP6, ad esempio, degli impianti
siciliani. Si ricorda, infine, che la norma non riguarda il termovalorizzatore
di Acerra. Successivamente l’art. 8-bis del DL n. 90/2008 è intervenuto
al fine di estendere i finanziamenti e gli incentivi cd. CIP6 ai
termovalorizzatori di Salerno, Napoli e Santa Maria La Fossa. Tale estensione è
stata limitata alla sola frazione organica. Tuttavia, tale limitazione è venuta
meno nell’art. 4-novies del DL n. 97/2008 che ha demandato ad apposito
decreto interministeriale la definizione delle modalità per concedere gli
incentivi pubblici di competenza statale cd. CIP6 agli impianti di
termovalorizzazione localizzati nel territorio delle province di Salerno,
Napoli e Caserta” (vedi all. n. 35, pag. 11).
Tutto ciò, in parole povere,
significa che l’energia comprata dal GSE e prodotta con fonti rinnovabili e
assimilate viene pagata più di quella che viene prodotta con altre fonti;
l’incentivo consiste in tale differenza.
La differenza tra ciò
che il GSE riconosce ai produttori e i ricavi derivanti dalla vendita della
medesima quantità di energia elettrica sul mercato è coperta dalla componente
A3 della tariffa elettrica; tale “componente grava direttamente sui consumatori
finali” (cioè su tutti gli utenti) e ce la ritroviamo indistintamente su tutte
le bollette relative al pagamento dell’energia elettrica( vedi all. n. 35, pag.
17).
Con riferimento
all’anno 2007, i costi totali dell’energia che il GSE ha ritirato da
altri soggetti sono stimabili in 5,3 miliardi di euro, in gran parte (circa il
71%, ovverosia circa 3,5 miliardi di euro) legati alla remunerazione
dell’energia CIP6 prodotta da impianti assimilati; “Il costo da recuperare
in tariffa, pari alla differenza tra costi e ricavi legati ai ritiri
obbligati, è risultato pari a circa 2,4 miliardi di euro, in
significativa diminuzione rispetto al 2006, anno in cui si è raggiunto il
valore massimo in termini assoluti (3,7 miliardi di euro)” (vedi all. n. 35,
pag. 18). Sapendo che le emissioni degli inceneritori sono nocive, sbaglio
nell’affermare che abbiamo autofinanziato il nostro suicidio pagandolo più che
profumatamente a chi ha armato la nostra mano?
E’ inoltre assolutamente indispensabile ricordare che i dati appena
esposti sono riferiti sia all’energia prodotta da fonti rinnovabili che da
fonti assimilate e, tra le assimilate, ci sono veramente anche quelle
rinnovabili come, ad esempio, gli scarti di potatura ma poiché essi sono una
percentuale ridottissima ne
deriva che è ridottissimo il loro impatto quantitativo e che, di conseguenza,
tutta l’energia prodotta da fonti rinnovabili è connotata da quelle
caratteristiche che ne giustificano un prezzo incentivato mentre tutta
l’energia prodotta da fonti assimilabili è priva di tali caratteristiche. Alla
luce di queste considerazioni è interessante andare ad esaminare la tabella di
pag. 36 dell’all. n. 35, la quale ci mostra che circa l’80% dell’energia
ritirata proviene da fonti assimilate e che quindi l’80% degli incentivi CIP6
viene dato a fonti non rinnovabili.
Se poi qualcuno volesse provare a sostenere che le ultime disposizioni
legislative riguardanti gli inceneritori porteranno ad una sostanziale
riduzione degli incentivi pagati per una falsa produzione ecologica di energia,
si invita all’esame del grafico n. 5 a pag. 40 dell’all. n. 35, dal quale
risulta che nell’anno 2006 abbiamo pagato 4,2 miliardi di euro per ritirare
energia da fonti assimilate e che, a fronte di questo, abbiamo avuto a
consuntivo un costo da recuperare in tariffa di 3,7 miliardi di euro (l’80% del
quale, come abbiamo visto, è concesso per contributi suicidi); la previsione
per il 2011 è di circa 3 miliardi di euro per ritirare energia da fonti
assimilate e questo potrebbe fare ragionevolmente presupporre un costo da
recuperare in tariffa di circa 2,5 miliardi; scusate se è poco!
Per chi volesse eventualmente provare a trovare un metro di paragone
significativo per i valori economici di cui sopra, si provi a pensare che
l’ammontare complessivo dell’ultima finanziaria italiana ammontava a circa 7
miliardi di euro.
Per comprendere sino in fondo il quadro generale entro cui
ci stiamo muovendo, dobbiamo esaminare il secondo dei motivi per i quali
continuano ad esserci proposti impianti di incenerimento e/o
termovalorizzazione, rilevando che l’iniquità degli incentivi CIP6 non è però
(evidentemente) stata ritenuta sufficiente per garantire utili tali da
garantire la costruzione di nuovi impianti ed il legislatore si è così
inventato i “certificati verdi” (CV), “Il cui meccanismo si basa sull’obbligo, a
carico dei produttori ed importatori di energia elettrica prodotta da fonti non
rinnovabili, di immettere nel sistema elettrico nazionale, a decorrere dal
2002, una quota minima di elettricità prodotta da impianti alimentati a fonti
rinnovabili entrati in esercizio dopo il primo aprile 1999. Produttori e
importatori possono adempiere all’obbligo immettendo in rete elettricità
prodotta da fonti rinnovabili nella propria titolarità oppure acquistando da
altri produttori titoli comprovanti la produzione dell’equivalente quota”
(ovverosia CV). Le loro motivazioni erano quindi apprezzabili in
quanto affermavano di voler stimolare la produzione di energia da fonti
rinnovabili ma (come successo per i CIP6) andavano di fatto a favorire i
proprietari degli inceneritori in quanto
(a far data dalla loro previsione legislativa nel 1999 fino a tutto il 2006)
sono state ricomprese tra le fonti rinnovabili anche quelle assimilate
(ovverosia gli inceneritori): “L’art. 1 della Legge 27 dicembre 2006, n.
296 (Finanziaria 2007), ai commi da 1117 a 1120, introduce alcune novità in
merito al riconoscimento dei CV alla produzione di energia da fonte
rinnovabile. In particolare la legge 296/06 ha modificato le precedenti
disposizioni escludendo tutti i rifiuti non biodegradabili dal beneficio degli
incentivi riservati alle fonti rinnovabili (abrogazione dell’art. 17 commi 1 e
3 del D.lgs 387/03). Il comma 1117 ha stabilito, infatti, che a partire dal 1°
gennaio 2007 “i finanziamenti e gli incentivi pubblici di competenza statale
finalizzati alla promozione delle fonti rinnovabili per la produzione di
energia elettrica sono concedibili esclusivamente per la produzione di energia
elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili, così come definite
dall’articolo 2 della direttiva 2001/77/CE […]” (vedi all. n. 36, pag. 105 e
106).
Sembra peraltro doveroso rilevare
che in due atti ufficiali (il rapporto del GSE – all. n. 36 - e il documento della Camera dei deputati
sugli incentivi CIP6 – all. n. 35) si rilevano (salvo errori od omissioni) due
affermazioni assolutamente contrapposte ed inconciliabili: nel primo si legge
che “Il comma 1117 della legge 296/06 ha stabilito, infatti, che a
partire dal 1° gennaio 2007 “i finanziamenti e gli incentivi pubblici di
competenza statale finalizzati alla promozione delle fonti rinnovabili per la
produzione di energia elettrica sono concedibili esclusivamente per la
produzione di energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili”
mentre nel secondo si legge che la legge 27 dicembre 2006 n. 296, “con la disposizione di cui all’articolo 1,
comma 1117, ha fatti salvi gli incentivi agli impianti CIP6 alimentati da
fonti assimilate”. Sarebbero
gradite delle spiegazioni.
Per dare anche in questo caso un’idea dei numeri, ricordiamo che il
valore di un CV nel 2005 era di poco superiore ai 100 euro/MWh e che sono stati
emessi CV per complessivi 4.308 GWh; ciò significa che sono stati erogati circa
450 milioni di euro di incentivi (ho comunque un dubbio: osservando il grafico
1 di cui a pag. 36 dell’all. n. 35, mi sorgerebbe il dubbio che i GWh prodotti
nel 2005 non siano stati 4.308 ma circa 40.000 e ciò farebbe passare la somma
da 450 milioni a 4,5 miliardi) (vedi all. n. 37, pag. 1).
Ultima considerazione a proposito dei CV: “attualmente ci si trova
(o forse ci si trovava, n.d.r.) nella situazione paradossale in cui ad esempio
scarti di raffineria, per il cui smaltimento in tutto il mondo i produttori
erano costretti ad accollarsi dei costi, in Italia vengono bruciati ricevendo
anche dei finanziamenti” (vedi all. n. 37, pag. 2).
Il terzo motivo per cui
continuano a proporci nuovi impianti è, guarda caso, ancora economico e
consiste nel costo del conferimento dei RSU agli inceneritori i quali svolgono
per i comuni il servizio di smaltire i rifiuti; tale servizio, come asserisce
Baronti E. (ex assessore all’ambiente del comune di Capannori ed oggi assessore
regionale alla casa), in provincia di Lucca costa 155 euro/tonnellata (vedi
all. n. 38, pag. 1).
Se adesso pensiamo che
l’inceneritore di Brescia brucia circa 750.000 tonnellate di rifiuti all’anno
(vedi all. n. 15/D, pag. 3), ne deriva che i relativi incassi (arrotondando per
difetto) ammontano a circa 11.250.000 euro all’anno.
Un altro elemento che può
spingerci a ritenere tutti gli incentivi non tanto a favore della popolazione
quanto piuttosto a favore dei privati imprenditori, può essere l’articolo di
Caporale G. (giornalista) apparso in data 26 settembre 2010 sulla “Repubblica”
e contenente notizie sull’arresto dell’assessore regionale alla sanità Abruzzo,
arresto legato ad illeciti sulla costruzione di un inceneritore e sulla
relativa raccolta differenziata (vedi all. n. 38/A, pag. 1)
Continuando ad esaminare i motivi
che portano a ritenere le scelte a favore degli inceneritori collegate non
all’interesse generale ma ad interessi particolari, si legge suWikipedia (vedi
all. n. 38/B, pag. 8):
“È interessante confrontare i
costi dello smaltimento dei rifiuti di una città come Milano che fa ampio
ricorso all'incenerimento con quelli di città che puntano sulla differenziata:
a Milano nel 2005 si sono spesi 135,42 €/abitante contro una media provinciale
di 110,16 e contro gli 83,67 di Aicurzio, paese più virtuoso di Lombardia nel
2005 col 70,52% di raccolta differenziata.[12]
Il sindaco di Novara inoltre nel 2007 ha dichiarato che portando in due anni la
raccolta differenziata nella città dal 35 al 68% si sono risparmiati due
milioni di euro, mentre ad esempio il sindaco di Torino per sostenere la
necessità dell'inceneritore del Gerbido ha dichiarato che «in qualsiasi centro
urbano superare il 50% è un miracolo, perché la gestione di questo tipo di
raccolta ha dei costi non sostenibili per i cittadini»; eppure a San Francisco
è oltre il 50% già dal 2001.[13]”
Sottolineiamo pure che i costi
del servizio decrescono con il crescere della raccolta differenziata, essendo
massimi con la raccolta sotto il 35% (cioè quando, normalmente, si attua la
stradale) e minimi con raccolta sopra il 60% (cioè quando normalmente si attua
la domiciliare) (vedi all. n. 32, pag. 12).
Rileviamo inoltre che “una raccolta domiciliare,
indipendentemente dal grado di assimilazione, non permettendo di disfarsi del
rifiuto in qualsiasi momento, impegna tutti gli utenti ad organizzare e
razionalizzare nel proprio ambito di vita la gestione dei rifiuti, per cui non
diventa indifferente né la quantità, né la qualità del rifiuto prodotto. Ciò
induce a razionalizzare la gestione dei rifiuti, a cominciare dagli sprechi,
quindi incide in primo luogo sulla produzione, riducendola. Sta di fatto che
dove è applicata una raccolta domiciliare la quantità di rifiuti urbani risulta
sensibilmente minore rispetto a situazioni di raccolta stradale. Dove la
raccolta domiciliare è accompagnata da una tariffa puntuale, per cui ogni
utente paga sulla base della quantità e della qualità del rifiuto conferito, il
fenomeno della riduzione del rifiuto è ancor più accentuato” (vedi all. n. 32,
pag. 8).
La raccolta porta a porta, a parità di capitale impiegato,
utilizza inoltre una maggiore quantità di mano d’opera e questo, soprattutto
nell’attuale momento di crisi economica, non è un aspetto trascurabile o
secondario (vedi all. n. 38/D)
Una brevissima nota su un aspetto
particolare della raccolta differenziata: il compost è il fertilizzante che
risulta dalla decomposizione di vari scarti e rifiuti (potatura, giardinaggio e
cucina) (vedi all. n. 39, pag. 1).
Compostare anziché inserire nel ciclo
dei rifiuti ha vari significati: procuraci del fertilizzante in modo gratuito;
diminuire la quantità di rifiuti conferiti agli inceneritori e, quindi,
diminuire il costo di conferimento; aumentare il potere calorico dei rifiuti
conferiti (scarti di potatura e giardinaggio come pure rifiuti di cucina
contengono una notevole percentuale di liquidi) e, quindi, diminuire la
quantità di energia necessaria per il loro incenerimento.
Sempre nella stessa prospettiva
logico – economica si collocano le considerazioni dell’associazione dei “Comuni
virtuosi” (ovverosia connotati da tendenze ecologiste) che, nel suo
sito, scrive (vedi all. n. 38/C, pagg. 3 e 4): “Si ritiene determinante, sotto
il profilo divulgativo generale e di supporto alle determinazione degli organi
istituzionali competenti, porre a confronto le due tecnologie che si stanno
affermando in Italia, basando il sistema di comparazione sul profilo di
bilancio economico di gestione e dei relativi margini operativi d’impresa, al
di là delle considerazioni già espresse di carattere ambientale in genere.
La riflessione in atto è
suscitata dalla schiacciante supremazia sul
piano finanziario della tecnologia detta “a
freddo” che, oltre a rispettare la corretta gerarchia europea
d’intervento, rappresenta oggi una consolidata anche se ancora minoritaria scelta industriale.
Si terrà in questa sede in
esame quindi solo il ciclo di smaltimento
finale, senza entrare nel merito delle tecnologie a monte costituite
dalla fase di raccolta e selezione dei rifiuti sia urbani- R.S.U. che
assimilati-R.A.U.
Si tenga pertanto conto dell’ulteriore dato che i Centri di Riciclo provvedono allo
smaltimento degli imballaggi e della frazione secca totale (vetro, metalli,
legno, tessili, carta e plastiche) con un grado medio di purezza, mentre gli impianti di incenerimento smaltiscono solo C.D.R..
Mettiamo quindi a confronto i
dati ufficiali reperiti sulle due tipologie di impianto a raffronto: un Centro di Riciclo di Vedelago da 120.000 ton/anno per la
tecnologia “a freddo” e l’impianto di pirolisi
di Civitavecchia da 160.000 ton/anno
per la tecnologia “a caldo”.
Si tenga presente che il costo di un impianto di pirolisi
è nettamente inferiore ad un impianto di termovalorizzazione (che ha un costo
stimato intorno ai 200 milioni di euro), o di gassificazione (che ha un costo
stimato intorno ai 300 milioni di euro).
Quindi la comparazione è stata fatto
con la tipologia più “economica”,
dovendo moltiplicare per due o per tre i relativi costi a carico della
collettività nelle altre tipologie peraltro molto più ricorrenti.
Si evidenziano pertanto alcune riflessioni di carattere generale
in merito all’importo ed allo stesso meccanismo di finanziamento, in quanto a
parità di capacità di smaltimento il sistema a freddo:
Impiega
un quinto delle risorse per la costruzione impianti. Utilizza per
questo risorse esclusivamente private, incentivando peraltro la nascita di una
imprenditoria ambientale non assistita, realizzando un utile di impresa
triplicato in rapporto.
Realizza un ciclo di gestione finanziato esclusivamente dai contributi di legge
dei Consorzi nazionali di filiera, recuperando insieme ai materiali anche le
risorse private accantonate dai produttori e pagata dai consumatori finali, e
da attività industriale di recupero di scarti di lavorazione.
Realizza la condizione straordinaria
di un conferimento a costo zero da parte dei
Comuni dal momento che ,recuperando i materiali ed i relativi
contributi di legge, rigira ai Comuni stessi il contributo di trasporto che
compensa il costo di conferimento presso questi impianti (costo stimato intorni
ai 60 €/ton).
Realizza indirettamente un grandissimo risparmio per i bilanci comunali,
dal momento che il costo di conferimento in discarica (previsto a Roma in circa
90 €/ton) viene azzerato, liberando ingenti risorse pubbliche. Tenendo conto
che Roma smaltisce in discarica oggi circa 1,2 milioni di ton/anno parliamo di
un possibile risparmio di circa 110 milioni di euro l’anno.
Libera
le risorse accantonate dal GSE per le fonti energetiche alternative
rinnovabili, promuovendo un ciclo virtuoso sia dal punto di vista della
diminuzione dell’importazione di petrolio che dall’azzeramento dell’impatto
ambientale da smaltimento rifiuti.
Sviluppa
una occupazione locale decuplicata rispetto alla tecnologia a caldo,
data da un ciclo di selezione manuale che impiega oggi sull’impianto ipotizzato
100 dipendenti a fronte di circa 10 tecnici in un impianto di incenerimento.
Evita
costi oggi incalcolabili a carico della collettività in merito ai
costi di bonifica ambientale ed ai costi per il servizio sanitario nazionale
dovuti a cure e ricoveri per allergie, malattie croniche e costosi trattamenti
tumorali”.
Carla
Poli, Massimo Piras
Siamo quindi quasi arrivati alle
conclusioni che non consistono in un semplice “no” contro gli inceneritori ma
nella proposta degli impianti di TMB che non sono un sogno od un’utopia ma una
concreta realtà della nostra penisola: ne è illuminante esempio quello di
Vedelago, che è capace della seguente meraviglia: nell’anno 2008, il 93,84% dei rifiuti
lavorati sono stati recuperati, lo 0,32 è stato incenerito, il 2,99 è stato mandato
in discarica ed il 2,85 ha avuto il cosiddetto calo di processo (vedi all. n.
40).
Chi ha avuto la pazienza di
seguire sin qui il mio pensiero, provi a chiedersi quali sono i motivi per i
quali soggetti di varia estrazione (associazioni ambientaliste come Greenpeace
o Legambiente, mediche come ISDE o politiche come M5S) privilegerebbero
impianti di TMB come quello di Vedelago; preconcetti, stupidità, ignoranza,
motivi economici, qualunquistici, ideologici o contestatori? Oppure basandosi
su dati e fatti?
ASPETTO LOCALE
Prendiamo infine in esame
l’atteggiamento della regione Umbria. La valutazione ambientale strategica del
13 marzo 2008 (VAS) relativa al PRGR umbro prevede (vedi all. n. 41, pag. 3 e
segg.) un’attenzione prioritariamente rivolta alla
“prevenzione della produzione dei rifiuti e della relativa pericolosità”
in quanto “i dati degli ultimi anni hanno evidenziato un continuo incremento
della produzione dei rifiuti urbani; dovranno esserne individuate le cause e
proposte le azioni di contenimento”. Tale documento contiene anche la previsione
di “attuare nuove e più efficaci azioni che possano consentire il conseguimento
degli obiettivi normativi relativi ai flussi di rifiuti da destinare a recupero
materia” (pag. 4); tale concetto viene ribadito a pag. 9, dove si parla di
“azioni tese a sostenere le raccolte differenziate”, nonché a pag. 7, dove si
parla della “configurazione di un nuovo sistema di gestione fortemente
orientato al recupero di materia” e della individuazione di “indicatori quali
recupero di materia dai rifiuti, bilancio energetico ed emissivo della gestione
dei rifiuti”. Dovrebbe peraltro essere abbastanza agevole da concretizzare il
raggiungimento di tutte queste previsioni di aumento della raccolta
differenziata e del riciclaggio perché gli Enti locali non si sono preoccupati
più di tanto nel corso degli anni, tanto è vero che la pur verde Umbria è stata
spesso molto lontana dagli obiettivi minimi previsti dalla legge: tali
obiettivi, nel 2001, erano del 25% mentre la RD era ferma al 12,7%, nel 2003
l’obiettivo era il 35% e la RD era al 21,8%; nel 2006 l’obiettivo era sempre il
35% e la RD era al 29% (pag. 14). La VIA prevede poi (pag. 20) che, “al fine di
individuare la strategia gestionale saranno sviluppate analisi comparative con
riferimento alle ….. alternative evolutive del sistema impiantistico
(tecnologie di recupero/smaltimento, numero e potenzialità degli impianti,
bacini territoriali degli impianti, ….. valutazione
tecnologie innovative). “Tali criteri di comparazione e valutazione
consistono in indicatori tecnologici, quali: affidabilità, flessibilità,
modularità; indicatori ambientali, quali: emissioni in aria, acqua e suolo, fabbisogno di discarica, recupero di
materia ed energia; indicatori economici, quali: costi di investimento e di
gestione (pag. 21). La VAS stabilisce quindi che dovranno essere definiti
“indirizzi sia per la promozione della tariffa puntuale nella gestione di
servizi di raccolta dei rifiuti che per la promozione di comportamenti di
consumo ecocompatibile da parte dei cittadini
nonché accordi con la GDO per la riduzione dei rifiuti da imballaggio”
(pag. 22). Continuando l’esame del documento, si legge che “nello sviluppare le
previsioni di evoluzione della produzione di rifiuti urbani ….. si ritiene opportuno assumere una
contrazione (es. – 50%) del tasso di crescita recentemente registrato” (pag.
23); non viene però fatto alcun cenno ai criteri con cui si arriva ad una
previsione di una diminuzione del 50% e non viene nemmeno spiegato cosa si
intenda con l’avverbio “recentemente”. Si legge inoltre che “il PRGR
individuerà le linee di indirizzo per la riorganizzazione dei servizi e
definirà i risultati da conseguire nei diversi contesti territoriali” (pag.
24). Si legge anche che “il sistema dovrà essere fortemente orientato a forme di raccolta a carattere domiciliare
(pag. 25).
Le linee programmatiche di
mandato del sindaco Wladimiro Boccali per gli anni 2009 – 2014 si collocano
nello stesso solco visto qui sopra; esse, al punto 7, (vedi all. n. 42)
recitano: “
"L'obiettivo
strategico legato alla presente linea programmatica diviene così la promozione
del paesaggio e del turismo nelle sue diverse forme come leve fondamentali per
uno sviluppo economico basato sulla valorizzazione e sulla tutela
ambientale che, pertanto, viene assunta come fattore strategico. L'utilizzo di
energie rispettose dell'ambiente rappresenta, parimenti, la nuova sfida da
affrontare. Una corretta ed efficace "gestione integrata dei rifiuti"
costituisce, altresì, il presupposto fondamentale per trasformare i rifiuti da
"problema" a "risorsa", per migliorare la qualità
ambientale e per raggiungere gli obiettivi fissati dal nuovo Piano regionale in
materia di rifiuti. Per tale programma saranno posti in essere le azioni ed i
progetti di seguito riportati.
Azioni:
favorire l'utilizzo delle energie rinnovabili;
difendere il paesaggio contrastando la produzione delle fonti inquinanti;
promuovere misure per la riduzione dei gas-serra attraverso politiche di prevenzione delle emissioni inquinanti;
prevenire la produzione dei rifiuti, incrementare la raccolta differenziata in base al principio "chi inquina Paga", realizzare il ciclo completo dei rifiuti.
Progetti:
produzione di energie alternative (fotovoltaico);
incentivi ai comportamenti virtuosi finalizzati alla raccolta differenziata dei rifiuti;
riduzione dei rifiuti all'origine, raccolta differenziata, reinvestimento dei prodotti derivati nel ciclo economico-produttivo locale e regionale, recupero energetico e incentivi tariffari per la raccolta differenziata ai cittadini più virtuosi (ciclo integrato dei rifiuti);
comunicazione-educazione ambientale sul territorio".
Azioni:
favorire l'utilizzo delle energie rinnovabili;
difendere il paesaggio contrastando la produzione delle fonti inquinanti;
promuovere misure per la riduzione dei gas-serra attraverso politiche di prevenzione delle emissioni inquinanti;
prevenire la produzione dei rifiuti, incrementare la raccolta differenziata in base al principio "chi inquina Paga", realizzare il ciclo completo dei rifiuti.
Progetti:
produzione di energie alternative (fotovoltaico);
incentivi ai comportamenti virtuosi finalizzati alla raccolta differenziata dei rifiuti;
riduzione dei rifiuti all'origine, raccolta differenziata, reinvestimento dei prodotti derivati nel ciclo economico-produttivo locale e regionale, recupero energetico e incentivi tariffari per la raccolta differenziata ai cittadini più virtuosi (ciclo integrato dei rifiuti);
comunicazione-educazione ambientale sul territorio".
http://www.comune.perugia.it/resources/docs/sindaco/LINEE%20PROGRAMMATICHE%20DI%20MANDATO%202009.pdf
Nella stessa direzione si
inserisce il “nuovo piano regionale di gestione rifiuti”
(che non si riesce più ad aprire); aprendo il
relativo sito e cliccando su “Il progetto” si legge (tra l’altro): “"il nuovo strumento di pianificazione definisce
le metodologie tecniche, organizzative e procedurali volte a:
- Diminuire la
quantità di rifiuti complessivamente prodotti; i dati degli ultimi anni
evidenziano un continuo incremento di essa; appare pertanto necessario
imprimere quella svolta che possa determinare finalmente la tanto auspicata
“inversione di tendenza” che dovrebbe vedere non soltanto il contenimento
dell’aumento, ma addirittura il fattivo decremento annuale di tale dato.
- Incrementare il livello di raccolta differenziata; i risultati conseguiti negli ultimi anni evidenziano una tendenza di crescita costante della percentuale di rifiuti avviati al riciclaggio, ma pur tuttavia ulteriormente migliorabile anche in relazione alle nuove metodologie di supporto a tale processo oggi disponibili e già efficacemente sperimentate in altri contesti territoriali".
- Incrementare il livello di raccolta differenziata; i risultati conseguiti negli ultimi anni evidenziano una tendenza di crescita costante della percentuale di rifiuti avviati al riciclaggio, ma pur tuttavia ulteriormente migliorabile anche in relazione alle nuove metodologie di supporto a tale processo oggi disponibili e già efficacemente sperimentate in altri contesti territoriali".
La prima cosa che balza all’occhio
è una somma di contraddizioni: come è possibile che nelle linee programmatiche
del sindaco non ci sia traccia della programmazione di un inceneritore e che
sia nella VAS sia nel PRGR si parli della necessità di diminuire la produzione
di rifiuti e di aumentare la raccolta differenziata per poi arrivare alla
conclusione esattamente opposta, ovverosia la costruzione di un inceneritore?
Cerchiamo ora di esaminare anche
alcuni aspetti particolari.
Il PRGR (punto 6.3.1 pag. 364) “ha definito un obiettivo basato
in particolare sull’invarianza della produzione procapite di rifiuti urbani,
con conseguente crescita della produzione complessiva associata alla sola
crescita demografica (ca 1%)”; come si concilia questo obiettivo con quanto
affermato nel nuovo piano regionale gestione rifiuti a proposito delle
metodologie atte a diminuire la quantità di rifiuti complessivamente prodotti?
Nello stesso punto 6.3.1 (pag. 365) si legge che “l’aggiornamento della pianificazione regionale è da
prevedersi al termine dell’orizzonte temporale di riferimento oggi assunto
(ovverosia nel 2013)”; questo significa che, se le previsioni fossero
completamente sbagliate, non si avrebbe comunque nessun controllo e nessuna
variazione fino al 2013. Possibile che nessuno abbia pensato a dei controlli (e
a delle eventuali correzioni) intermedi?
Nel punto 6.7.4 (pag. 365), troviamo che il “rendimento di recupero energetico
netto valutato indicativamente pari al 24% nel caso di sola produzione di
energia elettrica”; mi sembra però che non ci sia traccia dei criteri in
base ai quali è stata fatta tale affermazione, che si discosta moltissimo da
altre specificate nell’allegato 32 (pag. 24 – 28).
Sempre nel punto 6.7.4 (pag. 364 e 365), troviamo che “il
fabbisogno di trattamento termico di rifiuti di derivazione urbana (e quindi
non comprendenti i rifiuti speciali, che potrebbero però rivestire una
significativa importanza nell’ambito dell’incenerimento) per il 2013 è stimato
in 173.535 tonnellate; tale dato permette alcune considerazioni: la prima
riguarda il dato di pag. 388, secondo cui “l’impianto
di trattamento termico in questione è dimensionato su di un flusso di rifiuti
in ingresso pari a 133.897 t/a, costituite esclusivamente da rifiuti di
derivazione urbana”. Da 173.000 a
133.000 tonnellate ce ne sono 40.000 di differenza (circa il 25% in meno);
quale è il motivo della differenza? Ma, a parte questo aspetto, a pag. 389
rileviamo che “L’investimento per la
realizzazione dell’impianto è valutato pari a 108 milioni di euro,
comprensivi di 4 milioni
di euro per interventi di mitigazione sul territorio di inserimento” mentre
a pag. 382 rileviamo che l’investimento per la realizzazione di un impianto di
trattamento meccanico biologico con raffinazione a CDR e potenzialità di
120.000 tonnellate è compreso tra circa 17 e 22 milioni di euro (cioè cinque
volte meno).
Nel punto 6.9.3 (pag. 390) viene specificata la tariffa di
accesso (ovverosia la somma che i comuni devono pagare al proprietario
dell’inceneritore affinchè venga bruciata una tonnellata di rifiuti) che
ammonta a 89,6 euro/t mentre a pag. 382 è indicata la tariffa di accesso
relativa ad un impianto di trattamento meccanico biologico: tra i 40 ed i 55
euro/t.
Per quanto riguarda poi i costi di gestione, essi
oscillano tra 80 e 90 euro/t negli inceneritori (pag. 385) e tra 70 e 110
euro/t per gli impianti TMB (ovverosia sono quasi equivalenti).
Traducendo in altre parole i dati esposti si rileva non
solo che il costo iniziale di un impianto di TMB è inferiore di circa 80
milioni di euro rispetto a quello di un impianto di incenerimento (20 milioni
il primo, 100 milioni il secondo) ma anche che il minor costo di conferimento
dei rifiuti negli impianti di TMB permette alla collettività di risparmiare
altri 4 milioni di euro all’anno.
Il punto 12.3 prevede l’attuazione di alcune
realizzazioni, come (pag. 562) “l’installazione
di distributori automatici di detersivi alla spina nei più grandi centri
commerciali dell’Umbria, la realizzazione da parte dei gestori della rete
acquedottistica di fontanelle di “acqua frizzante”, la realizzazione a cura di
allevatori locali, di distributori di latte crudo da consumare entro 24 ore”; dato
che le previsioni sono al plurale, sarebbe interessante sapere dove sono
ubicati i distributori di detersivi e di latte nonché le fontanelle. E’ stato
fatto qualcosa di concreto per la diminuzione degli imballaggi, per la
riduzione dell’usa e getta (tipo il divieto all’uso di tali stoviglie nelle
sagre e/o nelle feste pubbliche), l’utilizzo e la promozione del compostaggio
(domestico e non), il vuoto a rendere?
Dovrebbero poi essere resi noti i criteri con i quali una
parte dei rifiuti speciali non pericolosi viene assimilata ai rifiuti urbani
perché è chiaro che più è alto il grado di assimilazione e maggiore è la
quantità di rifiuti urbani prodotta, con tutte le conseguenze che ne derivano
(tradotto in altre parole: se il grado di assimilazione è alto o se non
esistono forme di disincentivazione alla produzione di rifiuti speciali, avremo
un aumento dei rifiuti urbani).
Dovrebbero inoltre essere assolutamente resi noti i
criteri con i quali si prevede di smaltire i rifiuti speciali non pericolosi
(ovverosia le ceneri pesanti) ma, soprattutto, i rifiuti speciali pericolosi
(ovverosia le ceneri leggere, che ammontano a circa il 5% dei rifiuti
bruciati).
Dovrebbe infine essere spiegato cosa si intende con
l’incremento di raccolta differenziata a cui si accenna nel nuovo PRGR:
l’introduzione della differenziata nelle zone in cui non era stata ancora
attivata o l’aumento della raccolta differenziata nelle zone in cui era già
attiva?
BIBLIOGRAFIA
3) Montanari S. (Nanodiagnostics
– Modena) e Gatti A.M. (Laboratorio di biomateriali, Università di Modena e
Reggio Emilia) in: Nanopatologie: cause ambientali e possibilità di indagine
(pag.3).
13) Anderle G. (Direttore del
settore gestione ambientale della provincia autonoma di Trento) in: Produzione
di energia da biomasse fra problema della qualità dell’aria ed emissioni di
anidride carbonica (pagg. 2 e 3).
15/C) Caldiroli (Medicina
democratica e Centro per la salute Giulio A. Maccaro) in “Impatto ambientale
dei processi di incenerimento dei rifiuti (pag. 4).
15/C/1) Federico V. (Responsabile
IST – Istituto nazionale per la ricerca sul cancro – Genova) in “Diossine,
ambiente e salute”, 2008.
17) Bianchi F. e Minichilli F.
(Sez. di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), 2006:
“Mortalità per LNH nel periodo 1981 – 2001 in comuni italiani con inceneritori
di RSU”.
19) Biggeri A.(U.O.
Biostatistica, CSPO – Centro studio prevenzione oncologica - , Istituto
scientifico regione Toscana) e Catelan D. (Dipartimento di statistica,
Università di Firenze), 2005: “Mortalità
per linfoma non Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli nel territorio circostante
un impianto di incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Campi Bisenzio,
Toscana. 1981 – 2001.”
20) Comba P., Belli S. e Benedetti
M.(Laboratorio di igiene ambientale, ISS), Ascoli V. (Dipartimento di medicina
sperimentale e patologica, Università degli studi La Sapienza, Roma), Gatti L.
e Ricci P. (Servizio prevenzione e
sicurezza degli ambienti di lavoro, ASL provincia di Mantova, Mantova), Tieghi
A. (Comune di Mantova, Mantova): “Rischio di sarcoma dei tessuti molli in
residenze nei pressi di un inceneritore (2003)”.
21) Comba P., Fazzo L.
(Dipartimento di ambiente e connessa prevenzione primaria, ISS, Roma) e Bianchi
F.: “Effetti sulla salute associati alla residenza in prossimità di
inceneritori (2007)”.
22) Franchini M., Rial M. (Unità
di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa), Buiatti E.
(Osservatorio di epidemiologia, Agenzia regionale di sanità, Firenze) e Bianchi
F. (Osservatorio di epidemiologia, Agenzia regionale di sanità, Firenze e Sez.
di epidemiologia, Istituto di fisiologia clinica, CNR, Pisa): “Health effects
of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies
(Effetti sulla salute della esposizione alle emissioni di inceneritori di
rifiuti: rivista di studi epidemiologici).
23) Gentilini P. (oncoematologo,
Presidente ISDE Forlì)
24) Ranzi A. e Erspamer L. (ARPA
Emilia Romagna, struttura di epidemiologia ambientale), 2006: “Esperienze e
proposte per una sorveglianza ambientale e sanitaria nelle piccole aree ed in
particolare in prossimità degli inceneritori”
25) Zambon P., Bovo E. e
Guzzinati S.(Registro tumori del Veneto); Ricci P. (ASL Mantova); Gattolin M.,
Chiosi F. e Casula A. (Provincia di Venezia – settore politiche ambientali):
“Rischio di sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale a diossine emesse
dagli inceneritori: studio caso controllo nella provincia di Venezia”.
26) Dominici (Dipartimento di biostatistica,
scuola Bloomberg di salute pubblica, Università Johns Hopkins, Baltimora, USA)
et al. in “Inquinamento dell’aria da particolato fine e ricoveri ospedalieri
per malattie cardiovascolari e respiratorie”; JAMA, The Journal of the american
medical association
27) Lauriola (Direttore della
struttura tematica di epidemiologia ambientale di ARPA Emilia Romagna
28) Sioutas C. (dipartimento di
ingegneria civile ed ambientale, Università della California del sud, Los
Angeles, USA) ed altri in : “Accertamento dell’esposizione alle UFP e
conseguenze sulle ricerche epidemiologiche”
29) Foietta P. (Presidente
dell’ATO-R, Associazione d’ambito torinese per il governo dei rifiuti), Tedesco
V. e Miceli S. (Servizio pianificazione sviluppo sostenibile e ciclo integrato
dei rifiuti – provincia di Torino)
30) Favoino E. (Scuola agraria
Parco di Monza, Presidente commissione ISWA Italia sul trattamento biologico
dei rifiuti, Membro ECN –European compost network), in un articolo del 1
dicembre 2010 apparso su “Eco dalla città”.
31) Pellegrino R. in Perugia
civica
32) ISDE Forlì ed altri in
“Osservazioni al piano provinciale di gestione dei rifiuti della provincia di
Forlì-Cesena”
38) Baronti E. in “No
inceneritori” 14 marzo 2008 pag. 1
GLOSSARIO
AEEG: Autorità per l’energia
elettrica ed il gas
ARPA: Agenzia regionale per la protezione
ambientale (ente di emanazione statale)
CDR o ecoballe: combustibile
derivato dai rifiuti (generalmente rifiuti solidi urbani) dai quali sono stati
eliminati i materiali non combustibili (vetro, metalli, inerti) e la frazione
umida (materia organica)
CER: Catalogo europeo dei rifiuti
CNR – Consiglio nazionale delle
ricerche: è l'ente pubblico nazionale
con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare
attività di ricerca nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e delle
loro applicazioni per lo sviluppo scientifico, tecnologico, economico e sociale
dell'Italia. Il
CNR è sottoposto alla vigilanza del Ministero
dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.
Diossina: veleno molto tossico
Emivita: il tempo necessario per
ridurre del 50% la quantità di diossina all’interno del nostro corpo in
condizioni di assenza di ulteriori assunzioni; tale tempo corrisponde a 7 anni.
Epidemiologia: branca della medicina
che studia la diffusione delle malattie su un dato territorio al fine di
individuare i fattori di rischio
Eziologico: che è causa della
malattia
GDO: grande distribuzione organizzata
(super ed ipermercati)
GSE: Gestore servizio elettrico
Inceneritore: impianto
principalmente utilizzato per lo smaltimento dei rifiuti mediante
un processo di combustione ad alta temperatura
(incenerimento)
IPA: idrocarburi policiclici
aromatici
ISS: Istituto superiore di sanità
ISDE: International society of
doctors for the environment; società internazionale dei medici per l’ambiente
Linfoma: tumore maligno delle
ghiandole linfatiche
LNH: linfomi non Hodgkin
Microgrammo: 1 milionesimo di
grammo. Simbolo: mcg oppure ug
Micron: milionesimo di metro
Milligrammo: 1 millesimo di
grammo
Nanogrammo: 1 miliardesimo di
grammo (ovverosia un millesimo di microgrammo)
Nanometro: 1 miliardesimo di
metro (1 milionesimo di millimetro) (simbolo: nm)
Nanopolveri: polveri formate da
particelle con diametro inferiore a 1 nanometro
PCDD: ploclorodibenzo-p-diossina
PCDF: dibenzofurano policlorurato
(diossina)
Percolato: liquido che trae
prevalentemente origine dall'infiltrazione di acqua nella massa dei
rifiuti o
dalla decomposizione degli stessi .
Picogrammo: 1 miliardesimo di
milligrammo
PM: particulate matter =
particolato
PM1: particolato formato da
particelle con diametro inferiore a 1 milionesimo di metro
PM2,5: particolato formato da
particelle con diametro inferiore a 2,5 milionesimi di metro
PM10: particolato formato da
particelle con diametro inferiore a 10 milionesimi di metro
PRGR: piano regionale gestione
rifiuti
PTS: polveri totali sospese
RD: raccolta differenziata
RSU: rifiuti solidi urbani
Sarcoma: tumore maligno della
pelle
Stabilizzazione: processo che
tende a ridurre o ad eliminare la produzione di odori nauseabondi e di
percolato dai rifiuti.
Tariffa puntuale: la tariffa
puntuale è il metodo che permette di determinare la cifra da pagare pesando
esattamente i rifiuti indifferenziati prodotti dalla singola utenza domestica;
è quindi chiaro che più di differenzia, più si ricicla, meno si paga.
TCDD: Tetra Cloro Dibenzo para
Diossina (una delle varie diossine esistenti)
TEQ: unità di misura che esprime
la tossicità di una diossina usando come parametro di riferimento la tossicità
della TCDD. Se una sostanza ha quindi un grado di tossicità pari alla metà di quella
della TCDD, si può affermare che 1 grammo di questa sostanza ha la stessa
tossicità equivalente di mezzo grammo di TCDD.
Termovalorizzatore: inceneritore
con recupero energetico
TMB: trattamento meccanico
biologico
U.E.: Unione europea
UFP: ultra fine particle.
Sinonimo di nano polveri
VAS: valutazione ambientale
strategica
VIA: valutazione impatto
ambientale
VIS: valutazione impatto
sanitario